Curarsi con i libri

Curarsi con i libri è una pratica antica, anche se oggi tende a essere riscoperta con nomi nuovi: biblioterapia, libroterapia, lettura terapeutica. Ma al di là delle etichette, l’idea è semplice: leggere non serve solo a informarsi o a distrarsi. Può essere un modo per pensare meglio la propria esperienza, per darle forma, per attraversarla con meno solitudine. Non si tratta, però, di una cura in senso stretto. I libri non “guariscono” nel modo in cui lo fa un farmaco o una psicoterapia. Non intervengono direttamente sui sintomi, non modificano in modo immediato uno stato emotivo. Eppure fanno qualcosa di diverso, che spesso manca anche nei percorsi più strutturati: aprono uno spazio. Uno spazio in cui riconoscersi, oppure spostarsi leggermente da sé, osservare la propria vita da un’altra angolazione. Negli ultimi anni si è sviluppata una vera e propria riflessione su questo tema. Il volume Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin (Sellerio) è forse uno dei testi più noti: propone una sorta di “farmacia letteraria”, in cui a diversi stati d’animo o difficoltà esistenziali vengono associati romanzi, racconti, classici e contemporanei. Il presupposto è chiaro: non esiste un libro giusto in assoluto, ma libri che diventano giusti in un certo momento della vita. Le autrici hanno poi ampliato questo approccio con Crescere con i libri (Sellerio), dedicato all’età evolutiva, mostrando come la lettura possa accompagnare lo sviluppo emotivo e cognitivo fin dall’infanzia. Accanto a questi testi, esiste una produzione molto ampia: manuali più strutturati come Libroterapia di Rosa Mininno Silvera, raccolte tematiche come Cento romanzi di primo soccorso per curare (quasi) tutto di Ella Berthoud (in una versione più divulgativa), oppure contributi italiani che intrecciano lettura e psicologia, come quelli di Rachele Bindi o i lavori che collegano biblioterapia e narrazione più ampia, come nel caso di Fabio Stassi. Anche piattaforme dedicate, come quelle sulla biblioterapia, testimoniano un interesse crescente per questo approccio. Ma al di là dei modelli e delle classificazioni, curarsi con i libri non funziona come una tecnica. Non basta “prescrivere” un romanzo perché qualcosa cambi. La lettura non è un intervento diretto, è un incontro. E come tutti gli incontri, può funzionare oppure no. Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e altri che restano muti. Ci sono pagine che aprono, e altre che non lasciano traccia. Il punto non è tanto trovare il libro “giusto”, quanto permettere che qualcosa accada nella lettura. Un riconoscimento, per esempio: vedere una parte di sé raccontata da qualcun altro. Oppure uno spostamento: accorgersi che esistono modi diversi di vivere, pensare, reagire. In questo senso, la lettura lavora meno sul sintomo e più sulla cornice. Non cambia direttamente ciò che proviamo, ma può cambiare il modo in cui lo pensiamo. C’è poi un aspetto che la rende particolarmente interessante: la lettura è un’esperienza solitaria, ma non isolata. Si è da soli, ma in relazione con una voce, con una storia, con un punto di vista. È una forma di relazione mediata, che per alcune persone può essere più accessibile di una relazione diretta, almeno in una fase iniziale. Non sostituisce la psicoterapia, ma può prepararla, accompagnarla, o in alcuni casi sostenerla. Naturalmente esistono anche dei limiti. La lettura può diventare evitamento, rifugio, accumulo di significati che non si traducono in cambiamento. Come ogni strumento, dipende da come viene utilizzato. Un libro può aiutare a vedere, ma non obbliga ad agire. E senza un passaggio alla vita reale, anche l’intuizione più brillante resta sospesa. Curarsi con i libri significa allora accettare questa ambiguità. Non è una cura diretta, ma può essere un passaggio importante dentro un percorso più ampio. Un modo per pensarsi, per riconoscersi, per immaginare alternative. Riferimenti bibliografici: Berthoud E., Elderkin S., Curarsi con i libri, Sellerio, Palermo, 2014. Berthoud E., Elderkin S., Crescere con i libri, Sellerio, Palermo, 2017. 9 luglio 2026

Curarsi con la nutraceutica

Curarsi con la nutraceutica significa introdurre una domanda diversa dentro la pratica clinica: non solo quali farmaci usare, ma anche di cosa si nutre — in senso letterale — il funzionamento psichico. È un cambio di prospettiva che negli ultimi anni ha guadagnato spazio, non tanto come alternativa alla psichiatria, ma come suo possibile complemento. La nutraceutica, infatti, nasce proprio come punto di incontro tra nutrizione e farmacologia: sostanze derivate da alimenti che possono avere effetti misurabili sulla salute, inclusa quella mentale . Questo campo si colloca dentro quella che oggi viene chiamata psichiatria nutrizionale. L’idea di fondo è semplice, ma non banale: ciò che mangiamo, e più in generale il modo in cui il nostro organismo funziona sul piano metabolico e infiammatorio, ha un impatto sul cervello. Non si tratta di una suggestione, ma di un ambito sostenuto da un numero crescente di studi. Sappiamo, per esempio, che processi come l’infiammazione, lo stress ossidativo, la regolazione del microbiota intestinale e la disponibilità di alcuni precursori neurochimici (come il triptofano per la serotonina) giocano un ruolo nei disturbi psichiatrici . In questo scenario, i nutraceutici — omega-3, vitamine del gruppo B, vitamina D, N-acetilcisteina (NAC), probiotici, SAMe — vengono studiati come strumenti potenzialmente utili per modulare questi meccanismi. Non sostituiscono i trattamenti tradizionali, ma possono affiancarli, soprattutto nei disturbi emotivi comuni come depressione e ansia. Anche perché una quota significativa di pazienti non raggiunge una remissione completa con farmaci e psicoterapia: si stima che circa un terzo dei pazienti con depressione maggiore non ottenga risultati sufficienti con le terapie standard . In questo spazio si inserisce la nutraceutica: come tentativo di ampliare le possibilità, non di rimpiazzarle. Ma qui serve una prima distinzione importante. Il fatto che qualcosa sia “naturale” non lo rende automaticamente efficace, né sicuro. La nutraceutica, per essere presa sul serio, deve sottostare agli stessi criteri della medicina: evidenze, studi controllati, valutazione del rapporto rischio-beneficio. E su questo punto la letteratura è ancora in evoluzione. Alcuni risultati sono promettenti, altri più incerti. Il rischio, se non si mantiene questa cautela, è scivolare rapidamente verso una visione semplificata, dove ogni sintomo trova una soluzione in un integratore. Il volume Nutraceutica in Psichiatria (Alpes, 2025), curato da Maurizio Pompili, si colloca proprio in questo spazio: tenta di fare ordine. Pompili è una figura di primo piano della psichiatria italiana e internazionale, professore ordinario alla Sapienza di Roma, direttore del Servizio per la Prevenzione del Suicidio presso l’Ospedale Sant’Andrea, con oltre 700 pubblicazioni scientifiche e un riconoscimento importante come lo Shneidman Award dell’American Association of Suicidology per i suoi contributi alla ricerca sul suicidio. Il suo lavoro si è concentrato a lungo sulla suicidologia, ma in questo volume si apre a un tema diverso, cercando di integrare le conoscenze biologiche con un approccio più ampio alla salute mentale. Il libro raccoglie contributi che esplorano diversi ambiti: il ruolo del microbiota intestinale, l’azione di specifici nutraceutici nella depressione, i meccanismi legati alla neuroplasticità, l’interazione tra dieta e neurotrasmettitori. Il filo conduttore è chiaro: capire come intervenire sui sistemi biologici che sostengono il funzionamento psichico. Non in modo diretto e immediato, come fa uno psicofarmaco, ma attraverso una modulazione più graduale. Curarsi con la nutraceutica significa allora accettare una complessità. Non è una scorciatoia. Non è un’alternativa “più naturale” alla psichiatria. È, semmai, un’estensione. Un modo per considerare che il cervello non è separato dal corpo, e che intervenire su uno può avere effetti sull’altro. Ma anche un ambito che richiede rigore, prudenza, e una certa resistenza alle semplificazioni. In fondo, la nutraceutica mette in crisi una distinzione che spesso diamo per scontata: quella tra ciò che è cura e ciò che è vita quotidiana. Perché il modo in cui mangiamo, dormiamo, regoliamo il nostro organismo, non è solo uno sfondo. È già, in parte, un intervento. 11 giugno 2026

Curarsi con il paradosso

Ci sono libri di psicologia che spiegano come stare meglio. E poi ci sono libri che scelgono una strada più indiretta, più ironica, forse anche più intelligente: spiegare come si possa stare peggio. Come diventare malati di mente (Alpes, Roma, 2011, pp. 204, € 18,00) appartiene precisamente a questa seconda categoria. Costruito come un manuale paradossale di auto-patologizzazione, il volume finge di insegnare al lettore come diventare ansioso, depresso, disadattato, ossessivo, fino a mostrare come difendersi dal rischio più grave di tutti: guarire. È un’operazione narrativa volutamente rovesciata, che usa il linguaggio dei manuali motivazionali e dell’auto-aiuto per produrre un effetto straniante: mostrare quanto molti dei nostri modi di pensare il disagio mentale siano già incorporati nella cultura contemporanea. L’indice del volume è già un piccolo manifesto teorico. Dai Principi generali di disadattamento alla Scelta del disturbo mentale, fino al magnifico capitolo Cosa deve fare un matto quando incontra un amico, il libro mette in scena la patologia come apprendistato. Non si nasce malati di mente: lo si diventa, attraverso convinzioni, linguaggi, interpretazioni di sé. È qui che il tono ironico smette di essere un semplice espediente stilistico e diventa una vera ipotesi psicopatologica. L’idea implicita è che i modi in cui descriviamo noi stessi non siano neutri e che il disagio psicologico non possa essere separato dai dispositivi culturali e linguistici attraverso cui viene nominato. Il bersaglio polemico principale del testo è la medicalizzazione dell’esperienza umana: quel processo attraverso cui fragilità, conflitti e sofferenze vengono progressivamente trasformati in categorie diagnostiche. Il DSM compare continuamente come protagonista implicito della scena, non tanto per contestarne l’utilità clinica, quanto per evidenziarne gli effetti culturali: l’espansione incessante delle etichette diagnostiche, la tendenza delle persone a descriversi con un lessico specialistico, l’idea che ogni difficoltà debba essere tradotta in un disturbo. Ma il libro non è soltanto una critica alla psichiatria contemporanea. Sarebbe una lettura troppo semplice. Il suo bersaglio è più ampio e comprende anche certe forme di psicoterapia contemporanea che rischiano di ridurre la sofferenza a un problema di cattivo funzionamento cognitivo. Il volume prova invece a mostrare i limiti di qualsiasi modello che pretenda di esaurire la complessità umana dentro un unico linguaggio terapeutico. L’ironia non serve a banalizzare il disagio, ma a renderlo osservabile da una prospettiva diversa. Il paradosso obbliga continuamente il lettore a interrogarsi sul senso reale delle affermazioni dell’autore. Non si capisce mai del tutto dove finisca la satira e dove cominci la teoria, ed è probabilmente questo il punto più interessante dell’intera operazione. Nel frattempo il lessico della salute mentale è diventato parte della conversazione quotidiana, i social network hanno amplificato la diffusione delle etichette diagnostiche e l’auto-osservazione psicologica è diventata una pratica continua. In questo scenario, Come diventare malati di mente continua a porre una domanda scomoda: quanto del nostro disagio nasce davvero da noi, e quanto invece impariamo culturalmente a interpretarlo, narrarlo e perfino abitarlo in certi modi? 14 maggio 2026

Curarsi con la diagnosi

Curarsi con la diagnosi significa fare un gesto semplice, ma sorprendentemente trascurato: dare un nome al proprio malessere. Non è affatto raro, nell’ambito della salute mentale, che si inizino percorsi di cura senza sapere con precisione cosa si stia trattando. Si lavora sul disagio, sui sintomi, sulle difficoltà, ma senza una messa a fuoco condivisa. E questo, alla lunga, indebolisce tutto il processo. Per diagnosi non si intende semplicemente un’etichetta. L’etichetta può essere utile, certo, ma è solo una parte. Diagnosi significa comprendere il cuore del problema: quali sono i sintomi, come si organizzano tra loro, da quanto tempo sono presenti, quali fattori li mantengono, quali ne sono le possibili origini. È una valutazione più ampia, che può essere espressa anche in forma narrativa, senza necessariamente ridursi a una sigla o a una categoria rigida. Ma deve esserci. Perché senza una diagnosi — o, più correttamente, senza una buona formulazione del caso — il rischio è muoversi in modo generico, adattando il trattamento di volta in volta, senza una direzione chiara. La diagnosi serve al professionista, per capire quale problema ha di fronte e orientare le scelte terapeutiche. Ma serve anche al paziente. È, prima di tutto, un’esperienza di riconoscimento. Dare un nome a ciò che si prova non significa ridurlo, ma renderlo pensabile. A volte può essere un momento difficile, anche destabilizzante. Ma molto più spesso è un momento che chiarisce, che illumina, che perfino rassicura. Sapere “che cosa mi sta succedendo” cambia il modo in cui ci si rapporta al problema. C’è poi un aspetto meno evidente, ma decisivo: la diagnosi costruisce un linguaggio condiviso. Permette a paziente e terapeuta di parlare della stessa cosa. Senza questo passaggio, il rischio è lavorare per anni su piani diversi, con parole che sembrano comuni ma che indicano realtà diverse. Non è raro incontrare persone in psicoterapia da tempo che non sanno esattamente quale sia il problema su cui stanno lavorando. E, dall’altra parte, professionisti che faticano a esplicitare una formulazione chiara del caso. Questo non è solo un limite tecnico. È anche una questione etica. Le persone hanno diritto di sapere per quale problema vengono trattate. Naturalmente fare una diagnosi richiede attenzione. Non è un atto neutro. Va costruita, non imposta. Va comunicata con delicatezza, adattandola alla persona, al momento, al contesto. Ma il fatto che possa essere delicata non la rende evitabile. Al contrario: è proprio perché ha un impatto che deve essere fatta bene. Curarsi con la diagnosi significa allora accettare che il primo passo della cura non sia sempre fare qualcosa, ma capire. Dare forma al problema, prima ancora di modificarlo. Non per incasellare, ma per orientare. Non per ridurre la complessità, ma per renderla utilizzabile. 16 aprile 2026

Curarsi con la psicoterapia

Curarsi con gli psicofarmaci spesso significa iniziare da qualcosa che funziona in tempi relativamente brevi. Il sonno migliora, l’ansia si abbassa, i pensieri diventano meno invasivi. È un sollievo concreto, percepibile, e per molte persone rappresenta il primo vero punto di appoggio dopo un periodo in cui tutto sembrava sfuggire di mano. Ed è proprio questa efficacia iniziale a renderli, a volte, ingannevoli: quando qualcosa funziona, è facile pensare che basti. In realtà, uno psicofarmaco funziona davvero quando riesce a stare dentro la vita della persona. Non basta che sia appropriato per il quadro clinico. Deve essere tollerato dal corpo, accettato soggettivamente, compatibile con la quotidianità, sostenibile nel tempo. Se uno solo di questi elementi si rompe, la terapia perde equilibrio. È il motivo per cui farmaci teoricamente “perfetti” possono fallire nella pratica, mentre altri, più semplici o meno “spinti”, funzionano meglio: perché reggono. La buona psicofarmacologia non cerca il massimo intervento, cerca un assetto che possa durare. Dentro questo assetto si muovono alcune grandi famiglie di farmaci, che vale la pena nominare senza trasformarle in etichette rigide. Gli ansiolitici, per esempio, agiscono rapidamente sull’ansia e sulla tensione interna: riducono l’attivazione, facilitano il sonno, ma proprio per questo richiedono attenzione nell’uso e nei tempi, perché il sollievo immediato può facilmente trasformarsi in dipendenza psicologica o fisiologica. Gli antidepressivi hanno un’azione più lenta ma più profonda: lavorano sull’umore, ma anche sull’ansia, sui pensieri ripetitivi, sulla regolazione emotiva. Non “danno energia” in senso diretto, ma modificano progressivamente il modo in cui il sistema psichico risponde agli stimoli. Gli stabilizzanti del tono dell’umore entrano in gioco quando il problema non è solo la tristezza o l’ansia, ma la variabilità: oscillazioni, impulsività, instabilità. Servono a rendere il terreno più stabile, meno esposto agli sbalzi. Gli antipsicotici, infine, non riguardano solo le psicosi in senso stretto: a basse dosi vengono spesso utilizzati anche per contenere agitazione, insonnia, pensieri intrusivi, o per potenziare altri trattamenti. Sono strumenti versatili, ma richiedono un uso attento e mirato. Conoscere queste categorie aiuta a orientarsi, ma non basta a decidere. Perché la terapia farmacologica non è mai solo una scelta tecnica: è un processo. Inizia con una prescrizione, ma passa subito attraverso una domanda più concreta: questa terapia ha senso per questa persona, in questo momento della sua vita? Il paziente la capisce, la accetta, riesce a seguirla? Il corpo la tollera? Può essere mantenuta nel tempo senza creare nuovi problemi? Sono passaggi spesso impliciti, ma decisivi. Quando vengono trascurati, la terapia si interrompe, si modifica in autonomia, o semplicemente perde efficacia. C’è poi un punto meno intuitivo, ma clinicamente centrale. Nella maggior parte dei disturbi psichiatrici non gravi e non strutturalmente cronici, lo psicofarmaco è uno strumento di passaggio. Un ponte. Serve a ridurre l’intensità del sintomo, a creare uno spazio di manovra, a rendere la sofferenza più trattabile. In altre parole, mette la persona nelle condizioni di lavorare su di sé. Ma il lavoro, poi, accade altrove. Accade nel modo in cui si riconoscono e si mettono in discussione certi schemi di pensiero. Nel modo in cui si abitano le relazioni. Nella capacità di stare dentro alcune emozioni senza evitarle o esserne travolti. Accade in psicoterapia, quando c’è, oppure in una forma più autonoma di riflessione e cambiamento. Senza questo passaggio, il rischio è che il farmaco diventi una soluzione che si prolunga senza trasformare davvero il problema. Si sta meglio, ma si resta nello stesso punto. Naturalmente esistono situazioni diverse. Ci sono quadri in cui il farmaco non è un ponte ma una parte stabile dell’equilibrio: disturbi dell’umore gravi, psicosi, condizioni con elevato rischio di ricaduta. In questi casi la terapia farmacologica ha una funzione di mantenimento, spesso anche di protezione. Pensarla come temporanea sarebbe fuorviante. Ma proprio questa distinzione aiuta a usare meglio gli strumenti: non tutti i trattamenti devono durare per sempre, e non tutti possono essere interrotti senza conseguenze. Curarsi con gli psicofarmaci significa allora anche accettare un limite. Il farmaco può modificare stati interni, ma non costruisce una direzione. Può ridurre il rumore, ma non decide cosa fare del silenzio che resta. Può rendere possibile il movimento, ma non lo sostituisce. È uno strumento preciso, spesso molto utile, a volte indispensabile. Ma resta uno strumento. Funziona davvero quando è inserito in un progetto più ampio: qualcosa che tenga insieme corpo, mente e vita quotidiana, e che nel tempo venga rivisto, aggiustato, anche ridotto quando serve. Non è il più potente, né il più nuovo. È quello che la persona riesce a integrare. 19 marzo 2026

Curarsi con gli psicofarmaci

Curarsi con gli psicofarmaci spesso significa iniziare da qualcosa che funziona in tempi relativamente brevi. Il sonno migliora, l’ansia si abbassa, i pensieri diventano meno invasivi. È un sollievo concreto, percepibile, e per molte persone rappresenta il primo vero punto di appoggio dopo un periodo in cui tutto sembrava sfuggire di mano. Ed è proprio questa efficacia iniziale a renderli, a volte, ingannevoli: quando qualcosa funziona, è facile pensare che basti. In realtà, uno psicofarmaco funziona davvero quando riesce a stare dentro la vita della persona. Non basta che sia appropriato per il quadro clinico. Deve essere tollerato dal corpo, accettato soggettivamente, compatibile con la quotidianità, sostenibile nel tempo. Se uno solo di questi elementi si rompe, la terapia perde equilibrio. È il motivo per cui farmaci teoricamente “perfetti” possono fallire nella pratica, mentre altri, più semplici o meno “spinti”, funzionano meglio: perché reggono. La buona psicofarmacologia non cerca il massimo intervento, cerca un assetto che possa durare. Dentro questo assetto si muovono alcune grandi famiglie di farmaci, che vale la pena nominare senza trasformarle in etichette rigide. Gli ansiolitici, per esempio, agiscono rapidamente sull’ansia e sulla tensione interna: riducono l’attivazione, facilitano il sonno, ma proprio per questo richiedono attenzione nell’uso e nei tempi, perché il sollievo immediato può facilmente trasformarsi in dipendenza psicologica o fisiologica. Gli antidepressivi hanno un’azione più lenta ma più profonda: lavorano sull’umore, ma anche sull’ansia, sui pensieri ripetitivi, sulla regolazione emotiva. Non “danno energia” in senso diretto, ma modificano progressivamente il modo in cui il sistema psichico risponde agli stimoli. Gli stabilizzanti del tono dell’umore entrano in gioco quando il problema non è solo la tristezza o l’ansia, ma la variabilità: oscillazioni, impulsività, instabilità. Servono a rendere il terreno più stabile, meno esposto agli sbalzi. Gli antipsicotici, infine, non riguardano solo le psicosi in senso stretto: a basse dosi vengono spesso utilizzati anche per contenere agitazione, insonnia, pensieri intrusivi, o per potenziare altri trattamenti. Sono strumenti versatili, ma richiedono un uso attento e mirato. Conoscere queste categorie aiuta a orientarsi, ma non basta a decidere. Perché la terapia farmacologica non è mai solo una scelta tecnica: è un processo. Inizia con una prescrizione, ma passa subito attraverso una domanda più concreta: questa terapia ha senso per questa persona, in questo momento della sua vita? Il paziente la capisce, la accetta, riesce a seguirla? Il corpo la tollera? Può essere mantenuta nel tempo senza creare nuovi problemi? Sono passaggi spesso impliciti, ma decisivi. Quando vengono trascurati, la terapia si interrompe, si modifica in autonomia, o semplicemente perde efficacia. C’è poi un punto meno intuitivo, ma clinicamente centrale. Nella maggior parte dei disturbi psichiatrici non gravi e non strutturalmente cronici, lo psicofarmaco è uno strumento di passaggio. Un ponte. Serve a ridurre l’intensità del sintomo, a creare uno spazio di manovra, a rendere la sofferenza più trattabile. In altre parole, mette la persona nelle condizioni di lavorare su di sé. Ma il lavoro, poi, accade altrove. Accade nel modo in cui si riconoscono e si mettono in discussione certi schemi di pensiero. Nel modo in cui si abitano le relazioni. Nella capacità di stare dentro alcune emozioni senza evitarle o esserne travolti. Accade in psicoterapia, quando c’è, oppure in una forma più autonoma di riflessione e cambiamento. Senza questo passaggio, il rischio è che il farmaco diventi una soluzione che si prolunga senza trasformare davvero il problema. Si sta meglio, ma si resta nello stesso punto. Naturalmente esistono situazioni diverse. Ci sono quadri in cui il farmaco non è un ponte ma una parte stabile dell’equilibrio: disturbi dell’umore gravi, psicosi, condizioni con elevato rischio di ricaduta. In questi casi la terapia farmacologica ha una funzione di mantenimento, spesso anche di protezione. Pensarla come temporanea sarebbe fuorviante. Ma proprio questa distinzione aiuta a usare meglio gli strumenti: non tutti i trattamenti devono durare per sempre, e non tutti possono essere interrotti senza conseguenze. Curarsi con gli psicofarmaci significa allora anche accettare un limite. Il farmaco può modificare stati interni, ma non costruisce una direzione. Può ridurre il rumore, ma non decide cosa fare del silenzio che resta. Può rendere possibile il movimento, ma non lo sostituisce. È uno strumento preciso, spesso molto utile, a volte indispensabile. Ma resta uno strumento. Funziona davvero quando è inserito in un progetto più ampio: qualcosa che tenga insieme corpo, mente e vita quotidiana, e che nel tempo venga rivisto, aggiustato, anche ridotto quando serve. Non è il più potente, né il più nuovo. È quello che la persona riesce a integrare. 19 febbraio 2026

(Non) Curarsi con la remissione spontanea

Curarsi con la remissione spontanea — o, più semplicemente, non curarsi — significa confrontarsi con una realtà che la medicina conosce bene, ma tende a raccontare poco. Non tutte le persone che stanno male chiedono aiuto. E non tutte quelle che iniziano una cura la portano avanti. Non è necessariamente una scelta “giusta”, ma è una scelta reale. E come tale, più che essere giudicata, va capita. Questo accade soprattutto nei cosiddetti disturbi emotivi comuni: ansia, depressione lieve o moderata, insonnia, stress, difficoltà di adattamento. Condizioni diffuse, spesso fluttuanti, che non compromettono in modo strutturale il funzionamento della persona. Sono quadri molto diversi dai disturbi psichiatrici maggiori — come il disturbo bipolare o le psicosi — dove non curarsi espone a rischi elevati e, talvolta, a conseguenze difficilmente reversibili. Ma nei disturbi emotivi comuni, la linea è più sfumata. E una parte delle persone sceglie di fare da sé. Le ragioni sono diverse. A volte è una forma di diffidenza verso la medicina. Altre volte è un bisogno di autonomia, di autoaffermazione: provare a capire se si riesce a stare meglio senza affidarsi a un intervento esterno. Non è una posizione da idealizzare, ma neppure da liquidare come errore. Sta dentro l’esperienza reale della cura. Anche perché, di fatto, una quota significativa di trattamenti prescritti non viene seguita. Si stima che oltre il 30% dei pazienti non assuma i farmaci come indicato, e nel caso degli psicofarmaci questa percentuale può essere anche più alta. Le ragioni sono spesso concrete: spiegazioni insufficienti, effetti collaterali iniziali non anticipati, tempi di trattamento poco chiari. Così le terapie vengono interrotte presto, a volte quando non hanno ancora avuto il tempo di funzionare. Eppure, nonostante tutto questo, alcune persone migliorano. La remissione spontanea esiste. Nei disturbi depressivi lievi e moderati, per esempio, una quota significativa di episodi può risolversi spontaneamente nel giro di alcuni mesi — le stime variano, ma si collocano spesso intorno al 30–50%. Questo non significa che curarsi sia inutile. Significa che il decorso dei disturbi psichici non dipende solo dagli interventi. Dipende anche dalle risorse individuali, dalle condizioni di vita, dalle relazioni, dal contesto. In un certo senso, i sintomi non sono solo qualcosa da eliminare. Sono anche segnali di un sistema che non sta funzionando. E alcuni sistemi, se messi nelle condizioni giuste, trovano da soli un nuovo equilibrio. Non sempre, non per tutti, non senza costi. Ma accade. Ed è questo che rende la questione meno lineare di quanto si pensi. Curarsi con la remissione spontanea significa allora riconoscere questo margine. Senza trasformarlo in una strategia universale, ma senza neppure negarlo. Significa anche, per chi lavora in ambito clinico, interrogarsi su quanto le cure siano realmente comprensibili, accettabili, sostenibili per le persone. Perché a volte il problema non è solo che qualcuno “non vuole curarsi”, ma che la cura proposta non riesce a trovare spazio nella sua vita. Non curarsi, in alcuni casi, è un rischio. In altri, è un tentativo. A volte funziona, a volte no. 22 gennaio 2026

Curarsi con Sheldon Kopp

Curarsi con Sheldon Kopp significa, in un certo senso, smettere di cercare qualcuno che ci salvi. È un’idea semplice, ma radicale. Ed è anche il cuore del suo libro più noto, Se incontri il Buddha per la strada uccidilo (Astrolabio), pubblicato negli anni Settanta e ancora oggi ristampato. Un titolo provocatorio, che riprende un detto della tradizione zen, ma che nel lavoro clinico diventa qualcosa di molto concreto: nessuna figura — terapeuta, maestro, teoria — può risolvere la vita di qualcun altro. Il libro è costruito come un intreccio tra storie cliniche, riflessioni personali e una sorta di “parabole” terapeutiche. Kopp racconta i suoi pazienti, ma in realtà parla anche di sé, mettendo continuamente in discussione la posizione del terapeuta. Non c’è un sapere che scende dall’alto. Non c’è una tecnica risolutiva. C’è un lavoro che si fa insieme, dentro una relazione in cui la differenza tra chi aiuta e chi è aiutato è meno netta di quanto si pensi. Il terapeuta non è più sano in senso assoluto. È semplicemente qualcuno che ha attraversato certi passaggi prima, e che può stare accanto mentre altri li attraversano. Il principio più radicale è questo: nessun salvatore. E, clinicamente, significa una cosa precisa. Ogni delega eccessiva — al terapeuta, al farmaco, alla teoria — è una forma di difesa. Non va attaccata frontalmente, ma progressivamente erosa. Senza brutalità, ma con costanza. È il lavoro sul transfert idealizzante, ma fatto in modo diverso: meno interpretazione, più esperienza condivisa di realtà. Il terapeuta non smonta l’illusione con una frase giusta. La lascia cadere, piano, nella relazione. Da qui deriva un secondo punto, altrettanto centrale: la responsabilità personale. Kopp è molto chiaro, a tratti quasi spiazzante. Ognuno è responsabile della propria vita, anche quando è ferito, anche quando è limitato. Non è una posizione moralistica. È, al contrario, un modo per restituire possibilità di azione dove spesso il paziente si percepisce come determinato, bloccato, senza margini. La sofferenza non viene negata. Ma non diventa un’esenzione. C’è poi una verità che attraversa tutto il suo lavoro: la vita non è giusta. Non c’è una garanzia di felicità, non c’è una proporzione tra sforzo e risultato, non c’è una ricompensa assicurata. Detto così può sembrare scoraggiante. In realtà, sul piano terapeutico, ha un effetto preciso: riduce le aspettative magiche. E quando le aspettative si riducono, anche la frustrazione cambia forma. Diventa più sopportabile, più concreta, meno totalizzante. Questo non rende Kopp un autore freddo, anzi. La sua è una forma particolare di compassione. Profonda, ma senza illusioni. Riconosce il dolore, ma non lo addolcisce con narrazioni consolatorie. Sta accanto al paziente senza mentirgli. È una presenza meno accudente e più autentica, che può risultare anche difficile, ma proprio per questo spesso più trasformativa. Un altro elemento tipico del suo stile è l’uso del paradosso. Frasi che sembrano contraddirsi, ma che in realtà tengono insieme due livelli: “non sei speciale, ma sei unico”; “non puoi essere salvato, ma puoi vivere meglio”; “non c’è un senso dato, ma puoi costruirlo”. È un linguaggio che ha qualcosa di esistenziale, con una tonalità che richiama, non a caso, alcune tradizioni orientali. Tradotto nella pratica clinica, questo approccio cambia molte cose. Riduce la tentazione di spiegare troppo, di normalizzare, di rassicurare in modo automatico. Aumenta l’attenzione ai momenti in cui il paziente vede qualcosa di sé senza difendersi. Richiede di non colludere con richieste salvifiche, anche quando sono espresse in modo implicito — e questo vale anche per i farmaci. Allo stesso tempo, espone a un rischio: se non è sostenuto da una buona capacità di stare nella relazione, può essere percepito come troppo duro, poco contenitivo. Curarsi con Sheldon Kopp significa allora accettare una posizione meno comoda, ma più reale. Non aspettarsi che qualcuno sistemi le cose. Ma neppure restare soli. È un lavoro che si fa in due, senza illusioni e senza scorciatoie, dove la relazione non serve a proteggere dalla realtà, ma ad attraversarla. Non ti salverò. Ma starò con te mentre smetti di aspettare di essere salvato. 25 dicembre 2025

Curarsi con la DBT

Curarsi con la DBT significa lavorare su qualcosa di molto concreto: imparare a stare dentro emozioni intense senza esserne travolti. La Dialectical Behavior Therapy nasce con Marsha Linehan, all’interno della tradizione comportamentale, ma nel tempo si è trasformata in un modello più ampio. Alla componente comportamentale si sono integrate quella cognitiva e, in modo decisivo, la mindfulness. Il risultato è un approccio strutturato, ma non rigido, che tiene insieme cambiamento e accettazione — due forze che spesso vengono pensate come opposte, ma che qui lavorano insieme. La storia personale di Linehan non è un dettaglio secondario. Prima di essere una psicologa, è stata una paziente. Ha attraversato in prima persona una sofferenza psichica intensa, con ricoveri e diagnosi importanti, molto vicine a ciò che oggi riconosceremmo come un disturbo borderline di personalità. Nel suo memoir Una vita degna di essere vissuta (Cortina, 2021) racconta proprio questo passaggio: dalla disperazione a una forma di equilibrio costruito nel tempo. La DBT nasce anche da lì, dal tentativo di costruire un metodo che fosse utile a persone che vivono emozioni estreme, impulsività, difficoltà relazionali profonde. Oggi la DBT è uno degli approcci più studiati e validati in psicoterapia, ed è considerata un riferimento nel trattamento del disturbo borderline di personalità. Non è solo una teoria, ma un insieme di strumenti concreti. Lavora su abilità specifiche: la regolazione emotiva, la tolleranza dello stress, l’efficacia interpersonale, la capacità di restare nel momento presente. Non si limita a “capire” il problema, ma insegna a fare qualcosa di diverso quando il problema si presenta. In questo senso è una terapia attiva, orientata al cambiamento. Ma la sua forza non sta solo nelle tecniche. Sta nella sua struttura dialettica. La DBT parte da un presupposto apparentemente contraddittorio: la persona va accettata così com’è, e allo stesso tempo deve cambiare. Non prima una cosa e poi l’altra, ma entrambe insieme. Questo riduce uno dei rischi più frequenti in psicoterapia: oscillare tra una comprensione che non cambia nulla e un cambiamento che non tiene conto di chi si è. Curarsi con la DBT significa anche uscire da una certa idea di psicoterapia come spazio esclusivamente riflessivo. Qui la seduta è importante, ma non basta. Il lavoro si sposta fuori: nelle situazioni quotidiane, nei momenti critici, nelle relazioni. Le abilità apprese vengono testate nella vita reale. Se non accade questo passaggio, la terapia perde gran parte della sua efficacia. È anche per questo che la DBT ha avuto una diffusione così ampia. Non solo per il disturbo borderline, ma per tutte quelle condizioni in cui la regolazione emotiva è compromessa: comportamenti impulsivi, autolesivi, difficoltà a gestire la rabbia, instabilità relazionale. In un contesto clinico sempre più attento all’efficacia dei trattamenti, rappresenta uno degli approcci più solidi. Curarsi con la DBT, in fondo, significa accettare una sfida precisa: non eliminare le emozioni difficili, ma imparare a viverle in modo diverso. Non evitare il dolore, ma attraversarlo con strumenti più adeguati. 27 novembre 2025

Curarsi l’ADHD con Matilda Boseley

Curarsi l’ADHD con Matilda Boseley significa partire da un’esperienza molto concreta: scoprire, spesso tardi, che una parte importante della propria fatica ha un nome preciso. Nel suo libro L’anno in cui ho incontrato il mio cervello (Erickson, 2026), Boseley racconta proprio questo passaggio. Una diagnosi di ADHD in età adulta che non arriva come una riduzione, ma come una chiarificazione. Non risolve tutto, ma riorganizza molto. Perché dare un nome a ciò che si vive cambia il modo in cui lo si guarda. Uno degli aspetti più interessanti è proprio questo: la diagnosi come atto che mette ordine. Prima di quel momento, molte esperienze restano frammentate. Distrazione, impulsività, difficoltà a portare a termine i compiti, fatica a mantenere una continuità. Tutto può essere spiegato in modi diversi — e spesso viene spiegato male. È qui che entra in gioco un rischio clinico sottile: intercettare solo una parte del problema e scambiarla per il tutto. Una disregolazione emotiva può far pensare a un disturbo borderline, un senso di esaurimento a una depressione, una difficoltà organizzativa a un tratto caratteriale. Ogni spiegazione coglie qualcosa di vero, ma nessuna restituisce l’insieme. E così la persona continua a non riconoscersi. Nel racconto di Boseley, la diagnosi di ADHD non è solo una categoria clinica, ma una lente che permette di rileggere il passato. Comportamenti che sembravano casuali o “difetti personali” acquistano una coerenza. Non è una giustificazione, ma una spiegazione più precisa. E questo ha un effetto paradossale: invece di ridurre la responsabilità, la rende più praticabile. Perché finalmente il problema è definito in modo adeguato. Il libro è costruito in modo interessante proprio per questo. Alterna il racconto personale — molto diretto, spesso ironico — a momenti di spiegazione più strutturata. C’è un dialogo costante tra l’esperienza soggettiva e la prospettiva clinica, in particolare attraverso il confronto con lo psichiatra che l’ha diagnosticata e seguita. Non è un manuale, ma neppure un semplice memoir. È una forma ibrida, che tiene insieme divulgazione e narrazione, permettendo al lettore di muoversi tra identificazione e comprensione. Questo equilibrio è probabilmente uno dei motivi per cui il libro ha avuto risonanza. L’ADHD, soprattutto negli adulti, è stato a lungo sottodiagnosticato o frainteso. Molte persone hanno attraversato anni — a volte decenni — cercando di adattarsi a un contesto che richiede costanza, organizzazione, continuità, senza avere gli strumenti per farlo con facilità. Il risultato è spesso una fatica cronica, che può essere letta come pigrizia, scarsa motivazione o instabilità emotiva. Ancora una volta, spiegazioni parziali che finiscono per oscurare il quadro complessivo. Curarsi con questa prospettiva significa evitare proprio questo errore: fermarsi alla prima spiegazione plausibile. Non perché sia completamente sbagliata, ma perché è incompleta. Una buona diagnosi — o, più in generale, una buona formulazione del problema — serve anche a questo: a evitare che pezzi diversi vengano scambiati per il tutto. C’è poi un altro elemento, meno evidente ma importante. Il libro mostra come la comprensione non sia un evento isolato, ma un processo. La diagnosi è un punto di svolta, ma il lavoro continua dopo. Riguarda il modo in cui si riorganizzano le abitudini, si costruiscono strategie, si ridefiniscono le aspettative. Riguarda anche il rapporto con se stessi: passare da una lettura moralistica (“sono fatto male”) a una più funzionale (“funziono così, cosa posso fare con questo?”). In questo senso, curarsi con Matilda Boseley non significa solo conoscere l’ADHD. Significa riconoscere quanto sia importante trovare una spiegazione che tenga insieme i pezzi, senza ridurli. Una spiegazione che non semplifichi troppo, ma neppure complichi inutilmente. 30 ottobre 2025