Curarsi con i libri è una pratica antica, anche se oggi tende a essere riscoperta con nomi nuovi: biblioterapia, libroterapia, lettura terapeutica. Ma al di là delle etichette, l’idea è semplice: leggere non serve solo a informarsi o a distrarsi. Può essere un modo per pensare meglio la propria esperienza, per darle forma, per attraversarla con meno solitudine.
Non si tratta, però, di una cura in senso stretto. I libri non “guariscono” nel modo in cui lo fa un farmaco o una psicoterapia. Non intervengono direttamente sui sintomi, non modificano in modo immediato uno stato emotivo. Eppure fanno qualcosa di diverso, che spesso manca anche nei percorsi più strutturati: aprono uno spazio. Uno spazio in cui riconoscersi, oppure spostarsi leggermente da sé, osservare la propria vita da un’altra angolazione.
Negli ultimi anni si è sviluppata una vera e propria riflessione su questo tema. Il volume Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin (Sellerio) è forse uno dei testi più noti: propone una sorta di “farmacia letteraria”, in cui a diversi stati d’animo o difficoltà esistenziali vengono associati romanzi, racconti, classici e contemporanei. Il presupposto è chiaro: non esiste un libro giusto in assoluto, ma libri che diventano giusti in un certo momento della vita. Le autrici hanno poi ampliato questo approccio con Crescere con i libri (Sellerio), dedicato all’età evolutiva, mostrando come la lettura possa accompagnare lo sviluppo emotivo e cognitivo fin dall’infanzia.
Accanto a questi testi, esiste una produzione molto ampia: manuali più strutturati come Libroterapia di Rosa Mininno Silvera, raccolte tematiche come Cento romanzi di primo soccorso per curare (quasi) tutto di Ella Berthoud (in una versione più divulgativa), oppure contributi italiani che intrecciano lettura e psicologia, come quelli di Rachele Bindi o i lavori che collegano biblioterapia e narrazione più ampia, come nel caso di Fabio Stassi. Anche piattaforme dedicate, come quelle sulla biblioterapia, testimoniano un interesse crescente per questo approccio.
Ma al di là dei modelli e delle classificazioni, curarsi con i libri non funziona come una tecnica. Non basta “prescrivere” un romanzo perché qualcosa cambi. La lettura non è un intervento diretto, è un incontro. E come tutti gli incontri, può funzionare oppure no. Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e altri che restano muti. Ci sono pagine che aprono, e altre che non lasciano traccia.
Il punto non è tanto trovare il libro “giusto”, quanto permettere che qualcosa accada nella lettura. Un riconoscimento, per esempio: vedere una parte di sé raccontata da qualcun altro. Oppure uno spostamento: accorgersi che esistono modi diversi di vivere, pensare, reagire. In questo senso, la lettura lavora meno sul sintomo e più sulla cornice. Non cambia direttamente ciò che proviamo, ma può cambiare il modo in cui lo pensiamo.
C’è poi un aspetto che la rende particolarmente interessante: la lettura è un’esperienza solitaria, ma non isolata. Si è da soli, ma in relazione con una voce, con una storia, con un punto di vista. È una forma di relazione mediata, che per alcune persone può essere più accessibile di una relazione diretta, almeno in una fase iniziale. Non sostituisce la psicoterapia, ma può prepararla, accompagnarla, o in alcuni casi sostenerla.
Naturalmente esistono anche dei limiti. La lettura può diventare evitamento, rifugio, accumulo di significati che non si traducono in cambiamento. Come ogni strumento, dipende da come viene utilizzato. Un libro può aiutare a vedere, ma non obbliga ad agire. E senza un passaggio alla vita reale, anche l’intuizione più brillante resta sospesa.
Curarsi con i libri significa allora accettare questa ambiguità. Non è una cura diretta, ma può essere un passaggio importante dentro un percorso più ampio. Un modo per pensarsi, per riconoscersi, per immaginare alternative.
Riferimenti bibliografici:
Berthoud E., Elderkin S., Curarsi con i libri, Sellerio, Palermo, 2014.
Berthoud E., Elderkin S., Crescere con i libri, Sellerio, Palermo, 2017.
9 luglio 2026


