Ci sono libri di psicologia che spiegano come stare meglio. E poi ci sono libri che scelgono una strada più indiretta, più ironica, forse anche più intelligente: spiegare come si possa stare peggio. Come diventare malati di mente (Alpes, Roma, 2011, pp. 204, € 18,00) appartiene precisamente a questa seconda categoria. Costruito come un manuale paradossale di auto-patologizzazione, il volume finge di insegnare al lettore come diventare ansioso, depresso, disadattato, ossessivo, fino a mostrare come difendersi dal rischio più grave di tutti: guarire. È un’operazione narrativa volutamente rovesciata, che usa il linguaggio dei manuali motivazionali e dell’auto-aiuto per produrre un effetto straniante: mostrare quanto molti dei nostri modi di pensare il disagio mentale siano già incorporati nella cultura contemporanea.

L’indice del volume è già un piccolo manifesto teorico. Dai Principi generali di disadattamento alla Scelta del disturbo mentale, fino al magnifico capitolo Cosa deve fare un matto quando incontra un amico, il libro mette in scena la patologia come apprendistato. Non si nasce malati di mente: lo si diventa, attraverso convinzioni, linguaggi, interpretazioni di sé. È qui che il tono ironico smette di essere un semplice espediente stilistico e diventa una vera ipotesi psicopatologica. L’idea implicita è che i modi in cui descriviamo noi stessi non siano neutri e che il disagio psicologico non possa essere separato dai dispositivi culturali e linguistici attraverso cui viene nominato.

Il bersaglio polemico principale del testo è la medicalizzazione dell’esperienza umana: quel processo attraverso cui fragilità, conflitti e sofferenze vengono progressivamente trasformati in categorie diagnostiche. Il DSM compare continuamente come protagonista implicito della scena, non tanto per contestarne l’utilità clinica, quanto per evidenziarne gli effetti culturali: l’espansione incessante delle etichette diagnostiche, la tendenza delle persone a descriversi con un lessico specialistico, l’idea che ogni difficoltà debba essere tradotta in un disturbo.

Ma il libro non è soltanto una critica alla psichiatria contemporanea. Sarebbe una lettura troppo semplice. Il suo bersaglio è più ampio e comprende anche certe forme di psicoterapia contemporanea che rischiano di ridurre la sofferenza a un problema di cattivo funzionamento cognitivo. Il volume prova invece a mostrare i limiti di qualsiasi modello che pretenda di esaurire la complessità umana dentro un unico linguaggio terapeutico.

L’ironia non serve a banalizzare il disagio, ma a renderlo osservabile da una prospettiva diversa. Il paradosso obbliga continuamente il lettore a interrogarsi sul senso reale delle affermazioni dell’autore. Non si capisce mai del tutto dove finisca la satira e dove cominci la teoria, ed è probabilmente questo il punto più interessante dell’intera operazione.

Nel frattempo il lessico della salute mentale è diventato parte della conversazione quotidiana, i social network hanno amplificato la diffusione delle etichette diagnostiche e l’auto-osservazione psicologica è diventata una pratica continua. In questo scenario, Come diventare malati di mente continua a porre una domanda scomoda: quanto del nostro disagio nasce davvero da noi, e quanto invece impariamo culturalmente a interpretarlo, narrarlo e perfino abitarlo in certi modi?

14 maggio 2026

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