Curarsi con le linee guida significa, prima di tutto, assumersi una responsabilità. Non è un gesto tecnico, è un orientamento. In medicina — e in psichiatria in particolare — esistono almeno due cattivi modi di curare: il primo è quello della tradizione, “si è sempre fatto così”; il secondo è quello dell’autorità, “funziona perché lo dico io, o perché lo dice qualcuno di importante”. A questi se ne aggiunge un terzo, più silenzioso ma altrettanto diffuso: curare con ciò che si conosce, indipendentemente da ciò che sarebbe più adatto. È la logica del martello: se ho solo quello, ogni problema finisce per sembrare un chiodo.
Le linee guida nascono proprio per correggere queste derive. Sono documenti costruiti a partire dalle migliori evidenze scientifiche disponibili, aggiornati periodicamente, che indicano quali trattamenti funzionano, per quali condizioni, con quale grado di efficacia e sicurezza. Non sono protocolli rigidi, né ricette da applicare automaticamente. Sono mappe. Servono a orientarsi in un campo complesso, dove l’esperienza individuale — del medico e del paziente — è importante, ma da sola non basta.
In ambito di salute mentale, esistono diverse istituzioni che producono linee guida autorevoli. Il National Institute for Health and Care Excellence (NICE), nel Regno Unito, è uno dei riferimenti principali: elabora raccomandazioni dettagliate su disturbi come depressione, disturbi d’ansia, psicosi, disturbo bipolare. Negli Stati Uniti, l’American Psychiatric Association (APA) pubblica linee guida cliniche ampiamente utilizzate. A livello internazionale, l’World Health Organization (OMS) propone indicazioni soprattutto per la salute mentale nei sistemi sanitari e nei contesti meno strutturati. In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità coordina la produzione di linee guida attraverso il Sistema Nazionale Linee Guida. Questi documenti, pur con differenze di impostazione, condividono un principio: le scelte terapeutiche dovrebbero basarsi su ciò che sappiamo funzionare, non solo su ciò che siamo abituati a fare.
Questo non significa ridurre la cura a un algoritmo. Le linee guida non sostituiscono il ragionamento clinico, né la relazione con il paziente. Piuttosto, lo rendono più solido. Offrono un punto di partenza che può essere adattato, discusso, anche talvolta disatteso — ma consapevolmente. L’alternativa, spesso, non è la libertà clinica, ma l’arbitrarietà.
C’è poi un passaggio ulteriore, meno scontato. Le linee guida sono considerate irrinunciabili in psichiatria, ma dovrebbero essere tenute presenti anche in psicoterapia. Non per uniformare tutto, né per ridurre la complessità degli approcci, ma per evitare quella tendenza, ancora diffusa, a proporre sempre lo stesso tipo di intervento indipendentemente dal problema. Anche qui esistono evidenze: sappiamo che alcuni modelli funzionano meglio per certi disturbi, che alcune tecniche sono più efficaci in specifiche condizioni. Ignorarlo significa, di fatto, rinunciare a una parte importante della conoscenza disponibile.
Curarsi con le linee guida non significa rinunciare all’individualità della cura. Significa, piuttosto, evitare che l’individualità diventi un alibi per fare qualsiasi cosa. È un modo per tenere insieme due esigenze: rispettare la singolarità della persona e restare ancorati a ciò che, in generale, funziona.
2 ottobre 2025


