Curarsi con Giulia Enders può voler dire una cosa piuttosto semplice, ma non così scontata: stare meglio attraverso la conoscenza del proprio corpo. Non nel senso astratto del “prendersi cura”, ma in quello più concreto di capire cosa succede dentro di noi mentre viviamo, mangiamo, dormiamo, ci stressiamo, ci ammaliamo. Per molti questa è una scoperta tardiva. Per altri, è quasi una necessità. Ricordo che una delle ragioni che mi spinsero a studiare medicina era proprio questa: la sensazione di abitare un corpo senza conoscerlo davvero, come se fosse una casa in cui si vive da anni senza aver mai aperto alcune stanze.
Il successo de L’intestino felice di Giulia Enders, pubblicato in Italia nel 2019 ma esploso editorialmente negli anni successivi, va letto anche in questa chiave. Un libro di divulgazione scientifica che riesce a trasformare un organo spesso ignorato o ridotto a funzione “tecnica” in qualcosa di vivo, comunicante, quasi narrativo. L’intestino smette di essere un tubo e diventa un sistema complesso, con un ruolo nel sistema immunitario, nella regolazione dell’umore, nel dialogo continuo con il cervello. Non è tanto la scoperta in sé — nota da tempo in ambito scientifico — quanto il modo in cui viene restituita: accessibile, concreta, sorprendentemente vicina all’esperienza quotidiana.
Nel suo lavoro più recente in uscita nell’autunno, Il linguaggio degli organi, Giulia Enders amplia questa prospettiva. L’idea di fondo è che il corpo non sia solo un insieme di funzioni, ma una rete di segnali. Gli organi, in un certo senso, “parlano”: attraverso sintomi, sensazioni, variazioni sottili che spesso impariamo a ignorare o a semplificare. Il problema non è tanto che il corpo non comunichi, ma che noi non siamo più abituati ad ascoltarlo. E così finiamo per intervenire solo quando il segnale diventa rumore, quando il disagio è già strutturato.
Questa operazione ha qualcosa di sorprendentemente antico. Il celebre motto delfico γνῶθι σεαυτόν, “conosci te stesso”, che associamo spontaneamente alla filosofia e alla riflessione sull’identità, ha avuto anche una storia diversa, più corporea. Nella seconda metà dell’Ottocento, diversi autori lo utilizzarono come titolo per opere divulgative di fisiologia. Medici e scienziati come Louis Figuier, con il suo Conosci te stesso: nozioni di fisiologia ad uso della gioventù e delle persone colte, reinterpretavano quel motto in chiave igienica: conoscere se stessi significava conoscere il proprio corpo, le sue funzioni, le regole per mantenerlo in salute. Era un progetto culturale preciso, legato alla diffusione della medicina scientifica e all’idea che la prevenzione passasse anche dalla comprensione.
In questo senso, il lavoro di Giulia Enders non è un’invenzione, ma una riattualizzazione. Solo che oggi, a differenza dell’Ottocento, il problema non è tanto la mancanza di conoscenze, quanto la loro frammentazione. Sappiamo molte cose sul corpo, ma spesso in modo disorganizzato, scollegato dall’esperienza. Possiamo leggere articoli, fare esami, ricevere diagnosi, senza mai costruire un’immagine coerente di come funzioniamo davvero.
Curarsi con questa prospettiva significa allora introdurre un passaggio intermedio tra sintomo e intervento: la comprensione. Non per sostituire la medicina, ma per darle un contesto. Sapere, per esempio, che alcune manifestazioni dell’ansia passano anche attraverso il corpo — intestino, respiro, tensione muscolare — cambia il modo in cui le leggiamo. Non le elimina, ma le rende meno misteriose, meno minacciose. Allo stesso modo, riconoscere certi segnali precoci permette a volte di intervenire prima che il problema si strutturi.
C’è però un punto delicato. La conoscenza del corpo non è automaticamente cura. Può diventare, se mal gestita, un’altra forma di controllo, o addirittura di preoccupazione. Informarsi non significa monitorarsi in modo ossessivo. Capire non significa interpretare ogni sensazione come un segnale patologico. Anche qui, come nella psicofarmacologia, il tema non è il massimo possibile, ma un equilibrio sostenibile.
Forse è questo il contributo più interessante di questo tipo di divulgazione: restituire al corpo una dimensione comprensibile senza ridurlo a un manuale tecnico. Non più qualcosa che “si rompe” e va riparato, ma qualcosa che continuamente segnala, si adatta, reagisce. E che, se ascoltato con una certa misura, può orientare.
Curarsi con Giulia Enders, allora, non significa imparare tutto sul corpo.
Significa iniziare a non esserne completamente estranei.
4 settembre 2025


