Silvia Salese e i 187 modi in cui la mente ci semplifica la vita complicandocela
Ci sono libri che ci spiegano come pensare meglio e libri che, con maggiore prudenza, ci ricordano quanto sia facile pensare male. Il Codice dei Bias Cognitivi, tradotto e curato da Silvia Salese, appartiene decisamente alla seconda categoria. È una guida di oltre duecento pagine che raccoglie 187 bias cognitivi: un catalogo sorprendentemente vasto delle scorciatoie, deformazioni, approssimazioni e piccoli trucchi attraverso i quali la nostra mente riesce a rendere il mondo sufficientemente semplice da poterci vivere dentro. Salese parte dalla mappa dei bias cognitivi di Buster Benson e ne conserva struttura e voci, precisando opportunamente che la definizione di “bias” viene utilizzata in senso largo: nel libro troviamo infatti vere distorsioni cognitive, ma anche euristiche, fallacie logiche, fenomeni della memoria e della percezione, principi psicofisici e fenomeni sociali.
È una precisazione importante, perché sarebbe un errore – e forse un ulteriore bias – leggere queste 187 voci come altrettanti malfunzionamenti di una macchina che, se fosse ben regolata, dovrebbe procedere secondo una razionalità impeccabile. La mente umana non è un computer difettoso. Deve selezionare, dimenticare, generalizzare, completare informazioni mancanti, prendere decisioni con dati insufficienti e farlo, spesso, molto velocemente. La struttura stessa del volume lo mostra bene. I bias vengono organizzati attorno a quattro grandi problemi che la mente deve continuamente affrontare: che cosa ricordare, come agire velocemente, come produrre significato quando quello disponibile è insufficiente e come orientarsi quando, al contrario, le informazioni sono troppe. Il bias, visto così, non è semplicemente un guasto del pensiero: è spesso il prezzo che paghiamo perché il pensiero possa funzionare.
Il pregio del lavoro di Salese è soprattutto la sua utilizzabilità. Non siamo davanti a un trattato accademico da leggere necessariamente dalla prima all’ultima pagina, ma a una sorta di atlante nel quale si può entrare da molti punti. Alcune voci sono ormai entrate nel linguaggio comune – il bias di conferma, l’effetto Dunning-Kruger, l’ancoraggio – mentre altre hanno nomi abbastanza curiosi da indurre immediatamente a cercarle: l’effetto IKEA, il bias del bike-shedding, la maledizione della conoscenza, l’effetto struzzo, la fallacia della mano calda. Le schede cercano inoltre di non fermarsi alla definizione: propongono esempi e, soprattutto, strategie per riconoscere o contrastare il fenomeno. Il libro può quindi essere consultato per curiosità, utilizzato come strumento di lavoro o semplicemente lasciato a portata di mano per verificare, di tanto in tanto, quale nuova trappola cognitiva abbiamo appena scoperto di frequentare abitualmente.
Per chi si occupa di psicologia, psicoterapia o psichiatria la faccenda diventa ancora più interessante, perché conoscere i bias non significa soltanto riconoscerli nei pazienti. Anzi, quello sarebbe probabilmente il modo meno interessante – e più pericoloso – di utilizzare questo libro. Il clinico dispone di competenze, esperienza, categorie diagnostiche e teorie che lo aiutano a comprendere ciò che osserva, ma nessuna di queste cose lo rende immune dai normali meccanismi del pensiero umano. Possiamo cercare ciò che conferma un’ipotesi diagnostica già formulata, attribuire un peso sproporzionato all’ultima informazione ricevuta, essere influenzati dalla prima impressione, sovrastimare la nostra capacità di prevedere un esito o ricostruire retrospettivamente una storia clinica facendola apparire assai più lineare di quanto fosse mentre accadeva. La conoscenza dei bias, quindi, non serve soltanto a capire meglio il paziente: può servire a dubitare un po’ meglio di chi lo sta osservando.
In questo senso una delle voci più divertenti e, insieme, più spietate dell’intera raccolta è il bias del punto cieco: siamo piuttosto bravi a individuare le distorsioni cognitive degli altri e decisamente meno efficienti quando si tratta delle nostre. Tendiamo così a considerarci più obiettivi di chi ci sta davanti, interpretando magari le sue conclusioni come prodotto di pregiudizi ed emozioni e le nostre come risultato di una serena valutazione dei fatti. È quasi un bias di secondo livello, quello che può sopravvivere tranquillamente alla lettura di tutti gli altri 186: terminato il libro, potremmo diventare bravissimi a diagnosticare bias a parenti, colleghi e avversari politici, continuando a considerarci misteriosamente indenni. Sarebbe un modo magnifico per leggere un libro sui bias senza imparare assolutamente nulla.
Ed è forse qui che Il Codice dei Bias Cognitivi incontra meglio l’idea del “curarsi con”. Non perché conoscere l’elenco delle distorsioni cognitive costituisca una terapia, naturalmente, e neppure perché sia realistico immaginare di liberarci dai bias uno dopo l’altro come si eliminano applicazioni inutili da un telefono. Piuttosto perché introduce una piccola forma di igiene epistemica: l’abitudine a frapporre qualche secondo tra la sensazione di avere capito e la certezza di avere ragione. Significa domandarsi quali informazioni abbiamo privilegiato, quali abbiamo trascurato, quanto una conclusione dipenda dal modo in cui il problema ci è stato presentato e soprattutto che cosa potrebbe farci cambiare idea. Nella scheda dedicata al punto cieco, tra le strategie suggerite compaiono proprio il feedback esterno e l’applicazione alle proprie convinzioni dello stesso pensiero critico che utilizziamo verso quelle altrui.
Forse, allora, 187 bias sono persino troppi da ricordare. Ma non è necessario ricordarli tutti. Potrebbe bastare conservarne uno, trasversale agli altri: il sospetto di avere torto. Non la convinzione di averlo, che sarebbe soltanto un’altra forma di rigidità, ma la disponibilità a considerarlo possibile. È una disposizione utile nella vita quotidiana, preziosa nelle relazioni e indispensabile nelle professioni nelle quali si prendono decisioni sulle persone. E presenta un vantaggio non trascurabile: quando scopriamo che avevamo ragione, possiamo sempre ricominciare a sospettare dalla volta successiva.
Il volume è disponibile gratuitamente sul sito dell’autrice: https://silviasalese.com/
12 settembre 2026


