Curarsi l’ADHD con Matilda Boseley significa partire da un’esperienza molto concreta: scoprire, spesso tardi, che una parte importante della propria fatica ha un nome preciso. Nel suo libro L’anno in cui ho incontrato il mio cervello (Erickson, 2026), Boseley racconta proprio questo passaggio. Una diagnosi di ADHD in età adulta che non arriva come una riduzione, ma come una chiarificazione. Non risolve tutto, ma riorganizza molto. Perché dare un nome a ciò che si vive cambia il modo in cui lo si guarda.

Uno degli aspetti più interessanti è proprio questo: la diagnosi come atto che mette ordine. Prima di quel momento, molte esperienze restano frammentate. Distrazione, impulsività, difficoltà a portare a termine i compiti, fatica a mantenere una continuità. Tutto può essere spiegato in modi diversi — e spesso viene spiegato male. È qui che entra in gioco un rischio clinico sottile: intercettare solo una parte del problema e scambiarla per il tutto. Una disregolazione emotiva può far pensare a un disturbo borderline, un senso di esaurimento a una depressione, una difficoltà organizzativa a un tratto caratteriale. Ogni spiegazione coglie qualcosa di vero, ma nessuna restituisce l’insieme. E così la persona continua a non riconoscersi.

Nel racconto di Boseley, la diagnosi di ADHD non è solo una categoria clinica, ma una lente che permette di rileggere il passato. Comportamenti che sembravano casuali o “difetti personali” acquistano una coerenza. Non è una giustificazione, ma una spiegazione più precisa. E questo ha un effetto paradossale: invece di ridurre la responsabilità, la rende più praticabile. Perché finalmente il problema è definito in modo adeguato.

Il libro è costruito in modo interessante proprio per questo. Alterna il racconto personale — molto diretto, spesso ironico — a momenti di spiegazione più strutturata. C’è un dialogo costante tra l’esperienza soggettiva e la prospettiva clinica, in particolare attraverso il confronto con lo psichiatra che l’ha diagnosticata e seguita. Non è un manuale, ma neppure un semplice memoir. È una forma ibrida, che tiene insieme divulgazione e narrazione, permettendo al lettore di muoversi tra identificazione e comprensione.

Questo equilibrio è probabilmente uno dei motivi per cui il libro ha avuto risonanza. L’ADHD, soprattutto negli adulti, è stato a lungo sottodiagnosticato o frainteso. Molte persone hanno attraversato anni — a volte decenni — cercando di adattarsi a un contesto che richiede costanza, organizzazione, continuità, senza avere gli strumenti per farlo con facilità. Il risultato è spesso una fatica cronica, che può essere letta come pigrizia, scarsa motivazione o instabilità emotiva. Ancora una volta, spiegazioni parziali che finiscono per oscurare il quadro complessivo.

Curarsi con questa prospettiva significa evitare proprio questo errore: fermarsi alla prima spiegazione plausibile. Non perché sia completamente sbagliata, ma perché è incompleta. Una buona diagnosi — o, più in generale, una buona formulazione del problema — serve anche a questo: a evitare che pezzi diversi vengano scambiati per il tutto.

C’è poi un altro elemento, meno evidente ma importante. Il libro mostra come la comprensione non sia un evento isolato, ma un processo. La diagnosi è un punto di svolta, ma il lavoro continua dopo. Riguarda il modo in cui si riorganizzano le abitudini, si costruiscono strategie, si ridefiniscono le aspettative. Riguarda anche il rapporto con se stessi: passare da una lettura moralistica (“sono fatto male”) a una più funzionale (“funziono così, cosa posso fare con questo?”).

In questo senso, curarsi con Matilda Boseley non significa solo conoscere l’ADHD. Significa riconoscere quanto sia importante trovare una spiegazione che tenga insieme i pezzi, senza ridurli. Una spiegazione che non semplifichi troppo, ma neppure complichi inutilmente.

30 ottobre 2025

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