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Recensione di Antonella Mancini pubblicata su Psicoterapia e Scienze Umane

Sbaglierebbe chi fosse indotto dal titolo a prendere questo libro alla leggera, come se si trovasse di fronte all’ennesimo pamphlet alle prese con la schiera di addetti «psi» e con le loro malefatte quotidiane. Questo invece è un libro semi-serio. Anzi serio. A qualcuno potrà apparire persino troppo serio.
Questo volumetto è un utile promemoria per i distratti. Al centro vi è la questione della medicalizzazione crescente della sofferenza umana e della psichiatrizzazione della vita, con la delega alla medicina di problemi di natura sociale ed esistenziale. Come corollari, le questioni della responsabilità e della colpa nel processo patologico, della labilità del confine tra salute e malattia, dell’artificiosa proliferazione dei quadri tassonomici e, su un piano più etereo, la questione della predizione in psicologia, e cioè dei criteri mai risolti della sua scientificità. Come dire che siamo «nel cuore» delle discussioni che affliggono da sempre le anime più attente della nostra professione. Difficile affrontarle con linguaggio piano e scarno del «dibattito scientifico», perché probabilmente si perderebbero fra le tante altre discussioni, nella noia generale con cui ci si avvicina a questi temi per sfiorarli e subito rifuggirli. Consapevole del fatto, l’Autore, Matteo Prati, tenta una manovra audace, capovolgendo i termini e la logica dell’operazione. Il risultato è che il libro va letto all’incontrario.

 

 

 

 

 

 

 


 

 



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